Dalla bottega

Come si riconosce un mobile restaurato bene

La prima cosa che si guarda non è la superficie: è il retro. Un mobile antico ha vissuto in stanze reali, e il retro lo racconta senza pudore — l'ombra di un muro umido, i buchi delle vecchie viti, il legno grezzo lasciato a vista perché tanto nessuno lo avrebbe visto. Un retro troppo pulito, uniforme, dello stesso colore del davanti, è quasi sempre il segno di un intervento pesante.

La patina non si rifà

La patina è il modo in cui il tempo, la luce e le mani hanno consumato una superficie. Si accumula dove si passa: gli angoli dei cassetti, il bordo di un piano, il punto in cui si appoggia la mano per aprire un'anta. È irregolare per forza, perché irregolare è l'uso. Quando invece il colore è uniforme su tutto il pezzo, o quando l'usura compare anche dove nessuno metterebbe mai le dita, siamo davanti a una patina applicata, non nata.

Un restauro onesto la rispetta: consolida, pulisce, ferma il degrado, ma non riporta il mobile a com'era il giorno in cui è uscito dalla bottega. Quel giorno è passato, e riprodurlo significa cancellare tutto quello che è successo dopo.

Le giunzioni raccontano la mano

Code di rondine irregolari, spessori che variano di un millimetro, tracce di sega a mano: sono difetti solo per chi guarda un catalogo. In un mobile d'epoca sono la firma di chi l'ha fatto. Le giunzioni troppo precise, tutte identiche, tradiscono una macchina — e quindi un rifacimento.

Il legno nuovo si vede, prima o poi

Sostituire una parte marcita è legittimo e a volte necessario. Quello che conta è che si veda: un innesto dichiarato, dello stesso legno, che nel tempo si scurirà anche lui. Gli innesti mascherati con stucchi e tinte reggono qualche anno, poi si staccano dal resto e restano lì, più chiari o più scuri, a segnalare esattamente ciò che volevano nascondere.

Quando un pezzo arriva qui, prima di toccarlo lo teniamo qualche giorno in laboratorio e lo guardiamo. Quasi sempre ci dice da solo quanto vuole essere aiutato.

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